L’osservazione del rapporto insegnanti-allievi può
essere particolarmente utile al fine di individuare eventuali disfunzioni nel
rapporto educativo, che necessitano di correzione.
In particolare, si dimostra
pericolosa per l’autonomia delle parti la nascita di un rapporto di natura
simbiotica, che non prevede cambiamenti, ma si basa su una reciproca
dipendenza. Ogni parte, infatti, si convince di essere indispensabile per
l’altro e si sente realizzata solo se l’altra si avvantaggia della sua
presenza; in campo scolastico ciò si realizza quando èil docente ad aver bisogno del successo dei
suoi allievi, per sentirsi realizzato, dimostrando una mancanza di autonomia
dei suoi allievi stessi. Attraverso un atteggiamento di severità l’insegnante
crede di realizzare un interesse ed un bisogno degli allievi di apprendere, in
realtà asseconda una sua personale esigenza di riuscire nel suo lavoro. Risulta
evidente che il docente deve aiutare prima se stesso a rendersi autonomo, per
poi dedicarsi all’ascolto di quelle che sono le esigenze degli allievi.
Del resto un’attenta
osservazione del comportamento dei discenti risulta indispensabile per
comprendere eventuali vincoli autolimitanti, frutto di ordini impartiti in
famiglia ed interiorizzati con il passare del tempo, che improntano l’agire
individuale. Nella mia esperienza personale ho notato allievi particolarmente
attenti a compiacere gli insegnanti, tralasciando anche i propri bisogni pur di
far piacere ad altri; altri allievi, di contro, ossessionati dall’idea di poter
sbagliare e timorosi nell’affrontare ogni situazione soprattutto interrogazioni
o compiti in classe o ancora altri sempre di fretta, atteggiamento frutto di un
retaggio di un’educazione improntata sul fare tutto in fretta. In questi casi
bisogna aiutare gli allievi a superare i loro limiti indotti, che incidono
inevitabilmente sui rapporti scolastici e tra insegnanti e allievo, per
esortarli a superare i loro limiti relazionali.
Il docente deve essere
particolarmente attento ai bisogni degli allievi, soprattutto in relazione a
quei ragazzi che non sono capaci di esprimere le proprie richieste o assumono
atteggiamenti passivi che denotano incapacità di reagire e scarsa stima di sé e
delle proprie capacità: l’insegnante non deve sostituirsi al ragazzo nel
difenderlo, così come non devono fare i genitori, ma deve spingerlo ad aiutarsi
da solo, contando su se stesso. Parimenti agirà di fronte a domande inutili pleonastiche
che denotano insicurezza dell’allievo. L’aiuto del docente deve essere mirato e
mai eccessivo cioè fuori misura, in quanto tale tipo di ausilio può svalutare
le capacità del proprio interlocutore, in quanto la persona impropriamente
aiutata può convincersi di essere incapace. Non bisogna, infatti, aiutare per
sé stessi, per farsi credito di fronte agli altri, ma solo ove tale aiuto si
rende veramente necessario, né bisogna poi colpevolizzare chi tale aiuto
rifiuta. Il segreto è imparare a chiedere e a tirar fuori le proprie esigenze
da una parte e saper fornire l’aiuto nel momento e con le modalità giuste da
parte dei docenti.
Allo stesso modo il docente deve
evitare di cadere nella trappola dei giochi psicologici o meglio attraverso
essi deve identificare eventuali suoi limiti professionali, per superarli: così
deve saper leggere tra le righe la rabbia e la ribellione contro l’autorità in
generale da parte di chi ad una supposta domanda “Perché non…” risponde “Sì,
ma…” con falsa accondiscendenza che dimostra in realtà una negazione ed una
sfida. L’educatore non deve accettare la sfida, ma prevenirla ed accompagnare
l’allievo che attraverso la sfida esprime un disagio ad accettarsi ed a
migliorare la stima che ha di sé, non assumendo però il ruolo di psicologo, ma
facilitando dei corretti processi di apprendimento, attraverso interventi
educativi correttivi delle relazioni disfunzionali.